30
- maggio
2018
Posted By : siciliasacra
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L’ultimo missionario | L’Osservatore Romano

3 aprile 2018 di Gianpaolo Romanato

Giovanni Battista Sidoti in Giappone

Una storia tragica e grandiosa, quella degli esordi del cattolicesimo in Giappone. Cominciò sotto i migliori auspici con lo sbarco nel 1579 di Alessandro Valignano in quel paese allora remoto e ignorato, e si concluse nel secolo successivo, dopo la decisione dello shogunato Tokugawa di chiudere gli accessi agli stranieri, con la più spaventosa e crudele persecuzione mai subita dai tempi della Roma antica. Furono probabilmente 50.000 i cristiani messi a morte fra indicibili tormenti nell’arco di una cinquantina d’anni. I concetti base del cristianesimo parvero ai Tokugawa un pericolo mortale. L’idea dell’uguaglianza capovolgeva le basi dello stato, il martirio era totalmente incomprensibile ai giapponesi. E, soprattutto, c’era il terrore che questa religione straniera, importata, servisse a preparare un’invasione. I pochi cristiani che sopravvissero furono richiusi e isolati in uno spazio apposito a Edo, l’attuale Tokyo.

L’ultimo a risiedervi fu il siciliano Giovanni Battista Sidoti (o Sidotti) (1667-1714), un sacerdote che riuscì a farsi mandare dal papa in Giappone per riprendere le fila scompaginate di quella missione e convincere i governanti che non avevano nulla da temere dai cristiani. Via India e Filippine (dove sostò quattro anni), Sidoti riuscì infine a farsi trasportare alla meta, dove sbarcò da solo il 10 ottobre 1708, a Yakushima, l’isola più meridionale dell’arcipelago. Subito scoperto e arrestato, fu trasferito a Nagasaki e poi a Edo, dove, per sua fortuna, teneva le redini del governo un personaggio di grande spessore morale e intellettuale: Arai Hakuseki. Colpito da questo straniero che parlava un giapponese quasi incomprensibile ma aveva sfidato la morte e attraversato tutti i mari del mondo per arrivare nel suo paese, volle interrogarlo di persona.
Il dialogo fra i due — mediato da interpreti olandesi (gli unici stranieri autorizzati a vivere in Giappone per ragioni di commercio, ma isolati a Nagasaki nell’isola di Dejima) che dovettero ricorrere al latino come ponte linguistico fra i due interlocutori —, convinse Arai che il lontano Occidente da cui questi veniva non poteva essere più a lungo ignorato dal suo paese. Salvò così la vita al prete e lo rinchiuse nello spazio dei cristiani, sorvegliato da due anziani coniugi, dove sicuramente ebbe altri incontri con lui, volti a capire meglio il mondo europeo e il cristianesimo.
Sidoti, tuttavia, contravvenne ai patti evangelizzando i due carcerieri, che già avevano avuto contatti con la religione di Cristo al tempo delle persecuzioni, e battezzandoli. Fu così punito con l’inasprimento del regime carcerario, che ne provocò rapidamente la morte, nel 1714 (o l’anno seguente, non è chiaro). Ma Arai Hakuseki, nel frattempo ritiratosi dal potere, mise a frutto ciò che aveva capito da quell’incontro e scrisse tre volumi, il cui titolo si può tradurre con Notizie sull’Occidente, alla base del quale c’è proprio il dialogo con Sidoti, trascritto quasi come da un verbale.
L’opera ebbe in Giappone una grande importanza, anche se fu pubblicata solo nel 1882 e poi tradotta all’estero (ma non ancora in italiano). Il suo valore consiste nel fatto che Arai anticipa di più di un secolo l’apertura al mondo esterno, che avverrà nella seconda metà dell’Ottocento, in periodo Meiji, sostenendo che non c’era alcun pericolo di invasioni straniere e che la conoscenza del lontano Occidente non avrebbe potuto che giovare al suo paese.
Ebbene, alla base di questa riflessione lungimirante ci fu il povero Sidoti, rinchiuso fino a causarne la morte in una cella sotterranea, buia e minuscola, del Kirishitan, come veniva chiamato il luogo di prigionia, successivamente abbandonato e ora inglobato nella grande Tokyo moderna. Sepolto insieme ai due giapponesi che aveva battezzato, i suoi resti sono stati ritrovati casualmente pochi anni fa durante dei lavori di scavo.
Fin qui la storia. Ma come è arrivata fino a noi, di quali documenti disponiamo? Quasi sconosciuto fino a pochi anni fa, Giovanni Battista Sidoti è stato riscoperto solo di recente — anche grazie al ritrovamento del corpo, ampiamente pubblicizzato dalla stampa internazionale — e la sua tragica vicenda riportata alla luce recuperando le numerose fonti, a partire da Arai, che consentono di ricostruire tutto l’arco della vita del missionario, dalla nascita in Sicilia, alla partenza da Roma, all’interminabile viaggio per mare, fino alla lunga sosta a Manila e al definitivo approdo in Giappone.
Così oggi possiamo leggere tre studi che ci raccontano la sua avventura. Il primo, per la verità quasi introvabile, è L’ultimo missionario di Renzo Contarini e Augusto Luca (Milano, Edizioni Italia Press, 2009). C’è poi il bel lavoro della scrittrice giapponese Tomoko Furi che ne ha trasposto in forma letteraria la vicenda (L’ultimo missionario. La storia segreta di G.B. Sidoti in Giappone, Milano, Edizioni Terra Santa, 2017, pagine 288, euro 18). Il libro non ha la forza e lo spessore narrativo di Silenzio di Shusako Endo, il celebre romanzo che nel 1966 fece conoscere al grande pubblico la persecuzione, raccontando la storia di Cristovão Ferreira, il gesuita che non resse alle torture e abiurò, ma si legge volentieri e spiega chiaramente l’importanza storica assunta da Sidoti.

Importanza che emerge anche dall’ultimo lavoro pubblicato, G.B. Sidoti missionario e martire in Giappone, di Mario Torcivia (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, pagine 200, euro 18), il cui pregio consiste soprattutto nel minuzioso apparato di fonti e bibliografia che propone, a testimonianza del fatto che il mondo scientifico, diversamente dal pubblico, non aveva mai dimenticato questo missionario.

Sorgente: L’ultimo missionario